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Il sintomo è un linguaggio

17 ore fa
Tempo di lettura: 4 min
«Non si diventa illuminati immaginando figure di luce, ma rendendo cosciente l’oscurità.»  C.G.Jung
«Non si diventa illuminati immaginando figure di luce, ma rendendo cosciente l’oscurità.» C.G.Jung

Quando qualcosa ci fa stare male, vogliamo che passi.

È probabilmente la reazione più naturale che abbiamo.

Se arriva un dolore vogliamo che smetta. Se non dormiamo vogliamo tornare a dormire. Se compare l’ansia vogliamo liberarci dell’ansia. Se attraversiamo un periodo di stanchezza vogliamo recuperare rapidamente l’energia che avevamo prima.


Non c’è nulla di sbagliato in questo.


Il problema nasce quando, senza rendercene conto, trasformiamo ciò che sentiamo in qualcosa contro cui combattere. Il corpo diventa il corpo che non funziona. L’emozione diventa l’emozione che non dovrei provare.La paura qualcosa da vincere. La stanchezza qualcosa da superare.


E lentamente si crea una separazione: da una parte ci siamo noi, dall’altra qualcosa di noi che non vogliamo.


Forse è proprio questa separazione che vale la pena osservare.



Quando il primo movimento è combattere


Pensiamo per un momento a cosa accade quando compare un sintomo, quasi immediatamente la nostra attenzione viene catturata.

Cerchiamo una spiegazione, una soluzione, un rimedio. E naturalmente, soprattutto quando parliamo del corpo, è importante farlo: un sintomo fisico va valutato e curato sul piano medico quando necessario.


Ma contemporaneamente accade anche qualcos’altro.


Cominciamo ad avere un rapporto con quel sintomo.


Possiamo averne paura, possiamo arrabbiarci, possiamo sentirci traditi dal nostro corpo, possiamo ignorarlo, possiamo controllarlo continuamente, possiamo perfino identificarci con lui.

Il sintomo non è più soltanto ciò che stiamo sperimentando.


Diventa qualcosa che modifica il modo in cui stiamo con noi stessi.

Ed è qui che per me comincia un altro tipo di ascolto.



Ascoltare non significa interpretare


Nel mondo della crescita personale e spirituale si cerca spesso il significato di ciò che accade.

Che cosa significa questo dolore? Quale emozione c’è dietro? Che cosa mi sta dicendo il corpo?

Sono domande che possono aprire uno spazio di ricerca, ma possono anche diventare una nuova forma di controllo.

Vogliamo trovare subito una spiegazione.

Come se comprendere mentalmente il significato di qualcosa ci permettesse finalmente di eliminarlo.


Ma ascoltare non significa necessariamente interpretare.


A volte ascoltare significa semplicemente riuscire a stare davanti a ciò che c’è senza decidere immediatamente che non dovrebbe esserci.


Osservarlo.

Sentire cosa produce.

Accorgersi di come reagiamo alla sua presenza.


Prima ancora di domandarci cosa significhi, potremmo chiederci: che rapporto ho con ciò che in me non vorrei sentire?



Il corpo non è contro di noi


Viviamo attraverso il corpo ogni esperienza della nostra esistenza.

Eppure spesso ce ne ricordiamo davvero soltanto quando qualcosa smette di funzionare come vorremmo. Finché sostiene i nostri ritmi, le nostre richieste, le nostre giornate, quasi scompare.

Quando invece impone un limite, immediatamente diventa protagonista.


Forse possiamo iniziare a cambiare questa relazione.


Non idealizzando il sintomo, ma ricordando che il corpo non è qualcosa che "possediamo".


È parte della nostra esperienza.

E ciò che avviene nel corpo merita cura, intesa come attenzione, contemporaneamente alla interpretazione.



Anche le emozioni diventano nemiche


Lo stesso accade con ciò che sentiamo.

Ci sono emozioni che accogliamo facilmente e altre che abbiamo imparato a considerare sbagliate.


La rabbia. La paura. La gelosia. L’invidia. La tristezza.


Vorremmo essere già oltre. Più consapevoli. Più centrati. Più spirituali.


E così può accadere qualcosa di paradossale: utilizziamo perfino il cammino spirituale per allontanarci da ciò che sentiamo.

Carl Gustav Jung ha insistito a lungo sulla necessità di confrontarsi con ciò che rimane nell’ombra della personalità. Non per assecondarlo, ma perché ciò che viene escluso dalla coscienza non per questo cessa di appartenerci.


Anche qui il punto non è indulgere nell’emozione.

È smettere di pensare che evolvere significhi non provarla più.



Un linguaggio senza dizionario


Quando dico che il sintomo è un linguaggio, non intendo dire che esista un dizionario universale attraverso cui tradurlo.

Mal di gola uguale parole non dette. Schiena uguale troppo peso. Stomaco uguale qualcosa che non digerisco.


L’essere umano è molto più complesso di così.


Un linguaggio richiede relazione, ascolto, contesto. E soprattutto richiede tempo.

A volte comprenderemo qualcosa. Altre volte no.


Possiamo prenderci cura di un sintomo anche senza conoscerne un significato nascosto.

Possiamo attraversare una malattia senza doverle attribuire una causa spirituale.

Possiamo vivere una difficoltà senza trasformarla necessariamente in una lezione.

L’ascolto non dovrebbe diventare un’altra pretesa nei nostri confronti.


è necessaria una presenza distaccata.



Tornare interi


Forse allora il movimento non è quello di diventare persone nelle quali non esistono più paura, dolore, rabbia, stanchezza o fragilità.

È imparare progressivamente a non dividerci ogni volta che qualcosa di noi non corrisponde all’immagine che vorremmo avere.


La filosofia esoterica considera l’essere umano come una realtà composta da differenti dimensioni in relazione tra loro: fisica, energetica, emotiva, mentale e spirituale. Non compartimenti separati.


Un’unità.


E forse anche la cura può cominciare da qui: dal recuperare questa unità. Fare ciò che è necessario sul piano fisico quando il corpo ne ha bisogno, accogliere ciò che appartiene al mondo emotivo, osservare ciò che accade nella mente. E lasciare che la coscienza tenga insieme ciò che siamo abituati a separare.


Non sempre dobbiamo comprendere immediatamente ciò che ci sta accadendo.

Qualche volta il primo passo è molto più semplice.

Smettere di stare contro una parte di noi e cominciare a starle accanto.


Con Presenza e Verità

Veronica

 
 
 

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