La crisi non è il problema. È una soglia.
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Ci sono momenti in cui la vita sembra interrompere improvvisamente il suo corso.
Una relazione finisce. Il corpo manifesta qualcosa che non comprendiamo. Il lavoro non ci rappresenta più. Una certezza sulla quale avevamo costruito parte della nostra identità viene meno. Oppure, apparentemente, non accade nulla di così evidente: semplicemente ciò che fino a ieri funzionava smette di bastarci.
È allora che diciamo: sono in crisi.
E quasi sempre pronunciamo questa parola come se la crisi fosse qualcosa da risolvere il prima possibile. Un incidente di percorso. Una parentesi scomoda dopo la quale vorremmo tornare esattamente dove eravamo.
Ma se il significato della crisi fosse proprio l'opposto?
Se non fosse arrivata per riportarci indietro, ma perché indietro non possiamo più tornare?
(Riflessione).
Quando una forma non contiene più ciò che siamo
La parola crisi porta con sé l'idea della scelta, della separazione, del discernimento. Indica un momento nel quale qualcosa non può più continuare esattamente nella forma precedente.
Ed è qui che la crisi assume un significato profondamente evolutivo.
Ogni forma della nostra vita: un'abitudine, una relazione, un'identità, un modo di pensare, persino l'immagine che abbiamo costruito di noi stessi può essere adeguata per un certo tratto del cammino.
Poi qualcosa cambia.
La coscienza si amplia, anche quando ancora non ce ne rendiamo conto, mentre la forma attraverso cui abbiamo vissuto fino a quel momento rimane la stessa.
Nasce una tensione.
Nell'insegnamento della Scienza dello Spirito, la crisi è spesso associata proprio all'opportunità.
Invita a riconoscerla non soltanto come difficoltà, ma come un punto nel quale qualcosa può essere visto, deciso e trasformato.
In Discepolato nella Nuova Era parla esplicitamente di una «crisi e suprema opportunità».
Questo cambia completamente la prospettiva.
La domanda non è più soltanto: Come faccio a far finire questa crisi? (personalità)
Diventa: Che cosa questa crisi mi sta chiedendo di vedere? (Anima).
La crisi rende visibile una distanza
Molte crisi non nascono nel momento in cui ce ne accorgiamo.
Cominciano molto prima.
Cominciano nella distanza progressiva tra ciò che profondamente siamo e il modo in cui stiamo vivendo.
Possiamo ignorare quella distanza per molto tempo. Possiamo adattarci, compensare, riempire le giornate, convincerci che vada tutto bene. Possiamo perfino lavorare molto su noi stessi e continuare, contemporaneamente, a vivere secondo strutture che non ci corrispondono più.
Ma arriva un momento in cui la tensione diventa visibile.
La filosofia esoterica descrive spesso l'evoluzione attraverso il rapporto tra Vita, Coscienza e Forma.
La Vita spinge.
La Coscienza progressivamente riconosce.
La Forma deve imparare ad adeguarsi.
Quando questo movimento non è armonico nasce attrito. E ciò che chiamiamo crisi può diventare precisamente il punto nel quale quell'attrito non può più essere ignorato.
Non necessariamente perché abbiamo sbagliato qualcosa. Ma perché qualcosa sta chiedendo di evolvere.
Non tutto ciò che si rompe deve essere ricostruito com'era
Questo è forse uno degli aspetti più difficili da accettare.
Quando qualcosa vacilla, il nostro primo impulso è spesso quello di ripristinare l'equilibrio precedente, ci spaventiamo, (tensione evolutiva).
Vogliamo tornare a stare bene. Tornare come prima. Recuperare ciò che avevamo. Rimettere ogni cosa al proprio posto.
Ma evoluzione e ritorno alla condizione precedente non sono necessariamente la stessa cosa.
A volte la crisi ci chiede proprio di smettere di ricostruire continuamente ciò che la vita sta cercando di trasformare.
Le crisi mettono alla prova «forza, proposito, purezza, movente e intento dell'anima» e che, una volta attraversate, possono produrre una visione più ampia.
Non significa romanticizzare il dolore.
Una perdita rimane una perdita. Una difficoltà può essere profondamente dolorosa. Ci sono esperienze davanti alle quali non serve cercare immediatamente una spiegazione spirituale.
Significa qualcosa di più sottile: non ridurre ciò che ci accade soltanto al disagio che produce.
Perché mentre una parte di noi domanda che tutto torni come prima, un'altra potrebbe stare cercando di nascere, quindi bisogno creare lo Spazio, stare.
La soglia
Una soglia è un luogo (Spazio) particolare.
Non appartiene completamente alla stanza che stiamo lasciando e non appartiene ancora a quella nella quale entreremo.
Per questo è scomoda.
Le vecchie coordinate non funzionano più e quelle nuove non sono ancora diventate visibili.
È facile, in questo spazio, pensare di essersi persi.
Eppure molte trasformazioni profonde iniziano esattamente qui.
Non quando abbiamo tutte le risposte, ma quando abbiamo il coraggio di rimanere abbastanza presenti da formulare una domanda nuova.
Non più soltanto: Perché sta succedendo proprio a me? (vittima)
Ma: Che cosa posso comprendere di me attraverso ciò che sta accadendo?
Quale parte della mia vita non è più in armonia con ciò che sto diventando?
Che cosa continuo a trattenere perché mi dà sicurezza, anche se non mi permette più di crescere?
La crisi, allora, smette lentamente di essere soltanto qualcosa da eliminare.
Diventa un luogo di coscienza.
Una soglia.
E forse crescere significa anche questo: imparare a non chiedere continuamente alla vita di lasciarci dove siamo, lasciarci in pace, ma diventare abbastanza presenti da riconoscere quando ci sta invitando ad andare oltre.
Perché non tutte le crisi arrivano per distruggere qualcosa.
Alcune arrivano perché una forma è diventata troppo piccola per la vita che cerca di attraversarla.
«Il vostro dolore è il rompersi del guscio che racchiude la vostra comprensione.»
Khalil Gibran
Con Presenza e Verità
Veronica




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