Il terreno prima del sintomo

Perché due persone possono attraversare lo stesso evento e viverlo in modo completamente diverso?
Una perdita può spezzare qualcuno e aprire in qualcun altro uno spazio nuovo. Una critica può scivolare via oppure rimanere dentro per giorni. La stessa situazione può generare paura, rabbia, chiusura, comprensione o persino diventare un'occasione di cambiamento.
L'evento è lo stesso.
Ciò che cambia è il terreno sul quale quell'evento cade.
Ed è proprio il terreno che spesso dimentichiamo di osservare.
Guardiamo ciò che emerge, raramente ciò che lo precede
Siamo abituati a intervenire quando qualcosa diventa visibile.
Quando arriva un disagio.Quando un'emozione diventa ingestibile.Quando una relazione entra in crisi.Quando continuiamo a ripetere lo stesso comportamento.Quando il corpo manifesta un sintomo.
Ma il sintomo (inteso nel senso più ampio del termine, come manifestazione di qualcosa che altera il nostro equilibrio) è spesso soltanto la parte visibile di una realtà molto più complessa.
Prima di ciò che vediamo esiste un terreno.
Il nostro modo abituale di pensare, reagire, interpretare gli eventi. Il rapporto che abbiamo con le emozioni. La capacità di ascoltare il corpo. Le tensioni accumulate. Le abitudini quotidiane. Le relazioni. L'ambiente nel quale viviamo. Il modo in cui utilizziamo la nostra energia.
Tutto questo costituisce, giorno dopo giorno, il terreno della nostra vita.
Non per stabilire una colpa o una causa semplicistica, ma per allargare lo sguardo.
Il terreno non è una condanna
Parlare di terreno significa soprattutto uscire da una visione meccanica dell'essere umano.
Non siamo macchine nelle quali, quando si accende una spia, basta spegnerla.
Siamo sistemi complessi.
Corpo, emozioni, pensieri, relazioni, ambiente e coscienza si influenzano continuamente.
Questo non significa affermare che una malattia sia necessariamente prodotta da un conflitto interiore, né che basti cambiare pensiero per guarire. Sarebbe una semplificazione pericolosa e, soprattutto, ingiusta.
Significa riconoscere che prenderci cura di noi può andare oltre l'eliminazione di ciò che ci disturba.
Possiamo cominciare a conoscere il terreno nel quale viviamo.
Perché quel terreno influenza profondamente il modo in cui attraversiamo ciò che ci accade.
Due persone, lo stesso evento
Immaginiamo due persone che ricevono la stessa critica.
Una la ascolta, valuta ciò che può esserle utile e poi prosegue.
L'altra continua a pensarci per giorni. Si sente svalutata, reagisce con rabbia oppure si chiude. Quella frase tocca qualcosa di molto più antico dell'evento presente.
La differenza non è nella frase.
È nel terreno che l'ha ricevuta.
Dentro quel terreno possono esserci esperienze precedenti, convinzioni, paure, identificazioni, ferite, automatismi costruiti nel tempo.
Ecco perché lavorare soltanto sull'evento spesso non basta.
Possiamo cambiare situazione, relazione, lavoro, città e ritrovarci, qualche tempo dopo, davanti alla stessa dinamica con un volto differente.
Non perché la vita ci perseguiti.
Ma perché portiamo il nostro terreno con noi.
Prima della forma
La filosofia esoterica offre una prospettiva ancora più ampia.
Alice Bailey scrive:
«Energy follows thought.»
L'energia segue il pensiero.
È una frase breve, ma contiene un principio enorme.
Ciò a cui concediamo continuamente attenzione viene alimentato. Un pensiero ripetuto crea una direzione. Un'emozione continuamente nutrita acquista forza. Un'abitudine reiterata diventa progressivamente una struttura.
Prima che qualcosa diventi stabile nella nostra vita, spesso è stato ripetuto molte volte dentro di noi.
È qui che possiamo ritrovare la relazione tra Vita, Coscienza e Forma.
La forma è ciò che vediamo.
Ma limitarsi alla forma significa osservare soltanto l'ultimo tratto di un processo.
La coscienza permette invece di risalire verso ciò che anima, orienta e progressivamente costruisce quella forma.
Non per controllare tutto ciò che ci accade (cosa impossibile) ma per diventare maggiormente partecipi di ciò che continuamente contribuiamo a costruire.
La vibrazione non è qualcosa di magico (o si)
Nel linguaggio spirituale utilizziamo spesso parole come energia e vibrazione.
A volte rischiano di diventare concetti astratti.
Ma la nostra vibrazione non riguarda soltanto ciò che percepiamo durante una meditazione o una pratica energetica.
Riguarda anche come ci alziamo al mattino.
Come respiriamo.
Come mangiamo.
Come parliamo agli altri quando siamo stanchi.
I pensieri ai quali ritorniamo continuamente.
Gli ambienti nei quali scegliamo di rimanere.
Ciò che introduciamo ogni giorno nella mente.
Il modo in cui reagiamo quando qualcosa non va secondo i nostri programmi.
La qualità della nostra attenzione.
La vita quotidiana costruisce terreno.
Un giorno dopo l'altro.
Ed è forse qui che la spiritualità smette di essere qualcosa che facciamo in alcuni momenti e comincia a diventare un modo di abitare la vita.
Prendersi cura prima
Abbiamo imparato soprattutto a intervenire dopo.
Dopo che siamo esausti. Dopo che una relazione è diventata insostenibile. Dopo che abbiamo ignorato per mesi ciò che sentivamo. Dopo che il corpo è costretto a chiedere attenzione.
Ma esiste un'altra possibilità.
Imparare progressivamente a conoscere il nostro terreno quando apparentemente non sta succedendo nulla.
Osservare quali pensieri coltiviamo.
Riconoscere le emozioni senza esserne continuamente trascinati.
Prenderci cura del corpo prima che debba gridare.
Creare ritmi sostenibili.
Accorgerci delle piccole disarmonie prima che diventino l'unico linguaggio che riusciamo ad ascoltare.
Questa, per me, è una delle forme più profonde di Responsabilità.
Non aspettare necessariamente di stare male per iniziare a partecipare consapevolmente alla propria vita.
Coltivare il terreno
Un terreno stabile non è un terreno nel quale non accade nulla.
La vita continuerà a portarci cambiamenti, perdite, incontri, separazioni, imprevisti, gioie e crisi.
La stabilità non consiste nel riuscire a impedire tutto questo.
Consiste nel costruire dentro di noi uno spazio capace di attraversarlo senza essere ogni volta completamente trascinato via.
Marco Aurelio scriveva che «la felicità della tua vita dipende dalla qualità dei tuoi pensieri».
La filosofia orientale, la psicologia e molte tradizioni contemplative, pur utilizzando linguaggi differenti, ci ricordano qualcosa di simile: la qualità della nostra esperienza non dipende soltanto da ciò che accade, ma anche dalla coscienza con cui lo incontriamo.
E allora forse possiamo iniziare a farci domande diverse.
Non soltanto: Come elimino ciò che mi disturba?
Ma: Quale terreno sto costruendo ogni giorno?
Che cosa alimento continuamente con la mia attenzione?
Quali parti di me continuo a ignorare?
Quale qualità sto portando nei miei gesti più ordinari?
Perché ciò che emerge merita certamente ascolto.
Ma ancora prima possiamo imparare a prenderci cura del luogo dal quale emerge.
E forse la vera prevenzione, nel senso più ampio e profondo del termine, comincia proprio qui:
non dal tentativo di controllare la vita, ma dalla responsabilità di coltivare il terreno con cui la incontriamo.
Con Presenza e Verità
Veronica




Commenti